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Suor Maria Elena Maringoni

Suor Maria Elena MaringoniPopolare
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Suor Maria Elena Maringoni

Approfondimento

Il marmo nero di Gorno

Il marmo nero di GornoPopolare
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Il marmo nero di Gorno

Corografia dell'Italia, Volume 2 (1833)
Di Giovanni B. Rampoldi


altare con marmo nero di Gorno

Un'altra testimonianza sul marmo nero la si trova qui a pagina 16

Approfondimento

Citazione:
fabrycjx 2012

La Valle del Riso

La Valle del RisoPopolare
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La Valle del Riso
Autore Amerigo Baccanelli (dicembre 2014)

Usi costumi e tradizioni bergamasche

Usi costumi e tradizioni bergamaschePopolare
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Usi costumi e tradizioni bergamasche
Autore Luigi Volpi
Edizioni il Conventino 1978


Leggenda del Monte Grem (pag 207)

LEGGENDA DEL MONTE GREM
Venne riferita da Noemi Paganoni.
Il Monte Grem o Monte di Zambla, dai vasti declivi erbosi, chiude ad oriente la pittoresca conca di Oltre il Colle, delimitando la Val Farina dalla Val del Riso. Si narra che in epoca lontana, tra due paesi vicini a detto monte, sorgesse una contesa per il possesso dei pascoli. Tale questione si protrasse per molto tempo, finché si decise di troncarla mediante il giuramento delle due parti controverse. Il rap¬presentante di uno dei due paesi, e precisamente di quello che era dalla parte del torto, si riempì le scarpe della terra del proprio orto e giunto davanti ai magistrati, sulla cima del monte dove doveva avvenire la prova, solennemente giurò che la terra che in quel momento aveva sotto i piedi era per diritto secolare d! pieno possesso del suo paese. In tal modo il diritto di pascolo passò di proprietà al comune, che poteva vantare un uomo tanto astuto. Ma la leggenda afferma che dopo la morte dello spergiuro, la sua ombra vagava di notte su di un cavallo di fuoco, per le vaste praterie e le balze del Grem. Anche nella casa dov'egli aveva abitato si sentiva, nella notte, un suono di catene che parevano trascinate sui pavimenti delle stanze. In séguito, i possessori della casa, mediante certe pratiche magiche, riuscivano a «confinare » quello spirito in uno sgabuzzino, dove lo si sentiva, nella notte, sbuffare e pietosamente lamentarsi.

Citazione:
fabrycjx2016


Storie di montagna

Storie di montagnaPopolare
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Storie di montagna

Autore Luigi Furia

Bolis edizioni 2016

Ricordando Lolek

Ricordando Lolek Popolare
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Ricordando Lolek (in polacco "Uomo libero")
Ci ha lasciato un grande protagonista del nostro tempo Karol Wojtila, Giovanni Paolo II per la Cristinità, Lolek per gli amici. Era uno di noi, han detto in tanti, e come noi, più di noi, è stato figura multiforme: scrittore, attore, operaio,minatore, portiere in una squadra giovanile di calcio, sciatore, letterato, politico, uomo di pace ma soprattutto testimone.
E' stato la persona che nel nostro tempo è stato più di ogni altro testimone e fermo sostenitore dei valori in cui credeva, è stato esempio per molti di noi, ci ha mostrato il suo essere uomo e ci ha mostrato come un uomo può, tutti gli uomini possono, superare con impegno e forza d'animo i limiti che la stessa natura sembra imporci.
Citazione:

THE ENTOMBED MINER

THE ENTOMBED MINERPopolare
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Autore: Austen, Tom (1986), The ENTOMBED MINER An account of the rescue of Modesto Varischetti in Bonnie Vale in 1907, St. George Books. ISBN 0-86778-027-4
La vera storia di Modesto Varischetti
sistema bibliotecario


Georg Agricola

Georg AgricolaPopolare
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Georg Agricola


Ma quelli che vogliono disprezzare l’arte dei metalli dicono che alcuni per le loro scelleratezze sono stati condannati ad estrarre metalli altri, che erano schiavi, hanno lavorato nelle miniere: così ritengono che sia un’arte brutta e vergognosa. Certo se l’arte dei metalli è disonesta e infamante per il fatto che un tempo furono gli schiavi ad estrarli, allora l’agricoltura potrà essere considerata onesta perché un tempo la esercitarono gli schiavi, (...) ma neppure l’architettura sarà dignitosa, neppure la medicina, poiché non pochi schiavi nel passato la esercitarono.
E quello che io dico di queste arti si può dire di molte altre, che un tempo furono praticate dai prigionieri e dai servi.


G. Agricola

Leggi qui il "De re metallica" tradotto dal Latino in inglese  da Lou Henry Hoover e Herbert Clark Kent Hoover


Herbert Hoover

Herbert HooverPopolare
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Herbert Clark Kent Hoover


Georgius Agricola
DE RE METALLICA
Translated by
Herbert Clark Hoover and Lou Henry Hoover

Originally published in 1556, Agricola's De Re Metallica was thè first hook on mining to be based on field research and observation—what today would be called thè "scientific approach." It was therefore thè first book to offer detailed technical drawings to illustrate thè various specialized techniques of thè many branches of mining, and thè first to provide a realistic history of mining from antiquity to thè mid-sixteenth century.
For almost 200 years, Agricola remained thè only authoritative work in this area and by modera times it had become one of thè most highly respected scientific classics of ali time. A book more often referred to in literature on mining and metallurgy than any other, its Latin text prevented it from being as widely used as it might have been.
In 1912, thè book was translated by former President Herbert Clark Hoover and his wife. Printed in a limited edition, thè work was quickly bought up by book collectors, historians, and medievaìists, who had found that there was much to be learned from its pages. The book contains an unprecedented wealth of material on alluvial mining, alchemy, silver refining, smelting, surveying, timbering, nitric acid making, and hundreds of other phases of thè medieval art of metallurgy. The text even covers thè legai aspects of mining— thè use of boundary stones, forf eitures of titles, safety requirements of tunnel-building in thè 1500s, and so on.
But thè plates, perhaps more than anything else, have insured Agricola's continued importance. Brilliantly executed drawings, richly detailed, reveal a whole medieval world of machinery, industriai technique, tools, even costume and architecture. Ali 289 of thè originai woodcuts are reproduced in this reprint of thè 1912 edition, offering students of thè period, commerciai artists, engineers, metallurgists, and even curious generai readers an unfor-gettable picture of thè first age of technology.
Unabridged Dover (1986) republication of thè 1912 edition. Three appen-dices: Bibliography, Ancient Authors, Weights and Measures. Biographical and Historical Introduction. Author's and translator's prefaces. Four facsimile pages from thè Latin originai. 289 illustrations.

Citazione:
DE RE METALLICA Dover Publication 1950


VITA CONTADINA

VITA CONTADINAPopolare
Inviato dafabrycjxAltre foto da fabrycjx   CategoriaVita contadina    Ultima modifica15/11/2016 18:34    
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VITA CONTADINA: L'ALIMENTAZIONE



COSA MANGIAVANO I CONTADINI BERGAMASCHI UNA VOLTA?

Se provassimo a chiederlo a qualche ex mezzadro ci sentiremmo rispondere immancabilmente :
“Polenta! Polenta e ancora polenta!”.
Identica risposta otterremmo da un agricoltore della Val Seriana, dell’Isola tra il Brembo e l’Adda, da un salariato agricolo della pianura, che aveva diritto ad una parte del granoturco prodotto sul fondo in aggiunta alla retribuzione in denaro.
La polenta di granoturco fu l’elemento fondamentale della dieta quotidiana delle popolazioni rurali bergamasche.
Nella memoria popolare la polenta è la prima onnipresente componente della razione  alimentare giornaliera.
Polenta con il latte “allungato”, con i radicchi tagliati sottili e mezzo uovo lesso, con ogni genere di frutta e verdura, con le frittelle di mele cotte nello strutto, con i mirtilli delle abetaie alpine, addirittura, come proverbiale, “polenta e pica so”, polenta insaporita dal semplice contatto con un’aringa, “arench”, ma sempre, sostanzialmente, polenta.    

LA PREPARAZIONE DELLA POLENTA


La polenta di granoturco, così come essa è giunta sino a noi, risulta di semplice e abbastanza veloce preparazione; non occorre che un paiuolo, un bastone lungo 40/50cm leggermente ricurvo ed appiattito ad una estremità, acqua, farina gialla e sale. Esso, elemento determinante per ottenere una buona polenta, era un tempo un bene prezioso del quale spesso le classi popolari dovevano fare a meno. La polenta tradizionale era piuttosto soda e compatta. Nel paiuolo si pone acqua in proporzione alla quantità di polenta che si vuole ottenere, mediamente circa 3 l per un chilogrammo di farina, e la si sala; qualcuno lo fa subito, altri quando l’acqua sta per giungere ad ebollizione. Un pugno di sale basta per una polenta ottenuta da 1 kg di farina. Quando il primo bollore si manifesta sulla superficie dell’acqua, con una mano si versa a pioggia la farina, mentre con l’altra si mescola rapidamente l’impasto ancora fluido col bastone. Con esso si rimesta quindi continuamente avendo cura di sollevare completamente dal fondo tutta la massa che progressivamente si addensa sino a formare un insieme omogeneo e coerente. La cottura necessaria in genere è di 45/50 minuti: quando viene raggiunta l’impasto si presenta sodo e compatto nel paiuolo. Allora la polenta si stacca facilmente dal fondo e dalle pareti, ormai completamente rivestite da una crosta croccante che i bambini un tempo si disputavano.

NON SOLO POLENTA

La polenta si accompagnava a qualsiasi pietanza: ai frutti di stagione, - con i fichi era particolarmente apprezzata *-, alle verdure fresche e cotte: cicorie, radicchi, erbette, spinaci, cavoli, cipolle, radici amare. La polenta eventualmente avanzata a mezzogiorno veniva consumata fredda la sera o la mattina seguente. La sera faceva frequente comparsa quella “brustulida”: polenta fredda, tagliata a fette e arrostita sulla graticola fino a che non si fosse formata sulla sua superficie una spessa crosta croccante. Per cena la si accompagnava con latte, vino, zuppa, minestra o verdura.
Talvolta, con la polenta appena scodellata dal paiuolo si preparava la “schisola” o “schiseta” o “chisol”, una schiacciata di polenta farcita con formaggio molle, abbrustolita anch’essa sulla graticola fino che il cacio risulti fuso all’interno e sulla superficie della polenta si sia formata una bella crosta. Era una prelibatezza riservata soprattutto ai bambini che facevano a gara per arrivare primi a cuocere sul camino la loro “schisola”.
La “polenta bollita” si preparava col latte e la polenta fredda tagliata a tocchetti poi involti nella farina di frumento. Questi venivano messi nel latte, quasi sempre allungato con acqua, salati e lasciati bollire per circa un quarto d’ora; ne risultava una minestra piuttosto densa, consumata di frequente, la sera, per la cena di tutta la famiglia.
Simile alla polenta bollita è la “polenta e latte” di ancor più semplice preparazione: nella scodella si pongono fettine sottili di polenta fredda, sopra la quale viene versato il latte ben caldo. La polenta fredda, sbriciolata e di nuovo impastata con farina di frumento, costituiva la materia prima di un tipo di gnocchi, cotti nel latte, chiamati in qualche località gnoch in del lac.
Diffusa nelle valli bergamasche era la polenta cunsada, della quale esistono diverse versioni, ma i cui componenti sono sempre essenzialmente polenta, formaggio, burro o panna. Anche quella “taragna” fa parte della famiglia delle polente conciate o pasticciate; piatti ricchi, da giorno di festa, polente da leccare anche il bastone che è servito per rimestarle, come recita questa bella filastrocca raccolta a Gandino:


In Valle Brembana la polenta cunsada qualcuno la preparava così: si cuoceva una polenta normale, piuttosto tenera; quando era cotta si scodellava sulla taera, si tagliava a fette; in una zuppiera si poneva uno strato di fette di  polenta e quindi uno strato di stracchino molle, poi ancora polenta e quindi stracchino. Su tutto si versava un po’ di panna cotta.
Anche la polt o pult risulta dall’incontro tra la polenta e il latte. È una polenta assai tenera ottenuta mescolando farina di granoturco e farina di frumento, ma anche solo con farina gialla; si cuoce in acqua o nel latticello. Durante la preparazione con della farina bianca bisogna dedicare molta attenzione alla
cottura per evitare la formazione dei grumi. I tempi di cottura sono analoghi a quelli della polenta, l’impasto però deve rimanere morbido sino alla fine. Allora lo si toglie con un mestolo dal paiuolo e lo si ripone nelle scodelle: sopra si versa latte freddo, ma qualcuno lo condiva con burro fuso e formaggio.
Un piatto povero ricordato da molti come il più caratteristico di una economia agricola ormai scomparsa, era il pulentì ‘n do l’öle, la polenta con olio di lino. L’olio si otteneva mediante spremitura della farina ottenuta dopo la macinazione dei semi nel frantoio. L’olio do lino era usato anche come combustibile per le lampade.
Ancora in montagna, soprattutto in Valle Brembana si diffuse la polenta taragna, confezionata con farina di granoturco, diversamente da quella valtellinese fatta utilizzando il grano saraceno.
La polenta taragna è piatto da giorno di festa, occasione di incontro conviviale

I CASONCELLI

La confezione dei casoncelli inizia, con la preparazione del ripieno, composto da pangrattato, formaggio, un cotechino tritato finemente, prezzemolo e aglio, e a volte un uovo e un poco di latte. Qualcuno fa soffriggere brevemente il cotechino con il prezzemolo e l’aglio prima di aggiungerlo all’impasto, che deve risultare abbastanza solido e coerente, cosicché sia possibile ridurlo a palline delle dimensioni di una biglia da bambini. Quelle palline di ripieno si posano una ad una sulla sfoglia di pasta, tirata piuttosto sottile con il mattarello e tagliata a cerchi per mezzo di un bicchiere capovolto. Si chiude il ripieno all’interno del cerchio di pasta, formando una specie di barchetta o di fiocco. Al  momento della cottura i casoncelli vengono tuffati in abbondante acqua calda, non ancora bollente e si lasciano cuocere per una mezz’ora, prima di condirli con burro fuso salvia e formaggio. Qualcuno aggiunge al condimento pancetta tagliata a cubetti.
Nelle grandi occasioni, ad esempio la festa del santo patrono del paese o un pranzo di nozze o di battesimo, si preparavano i casonsèi o ravioli.

“TE-EDÈI, FOIADE, BORFADÈI…”

Con la farina di frumento si preparavano i te-edèi, ossia i tagliolini, la tradizionale paste delle minestre di latte o di brodo. Si impastavano la farina con acqua tiepida, un pizzico di sale, a volte un uovo e si lavorava il tutto con cura; si spianava l’impasto col mattarello, e si tagliava a striscioline larghe meno di un centimetro e queste venivano tagliate a segmenti di 3-4 centimetri. Infine si lasciavano asciugare e poi le si infarinava, prima della cottura.
Parenti strette dei tagliolini sono le foiade; le lasagnette di forma quadrata preparate allo stesso modo dei te-edei, ma con pasta tagliata un po’ più sottile. Venivano cucinate come pasta asciutta e condite con un soffritto di lardo e di burro con salvia. Nel secolo scorso la pastasciutta era un piatto speciale, da grandi occasione. I borfadei sono invece una farinata ottenuta stemperando farina di frumento nel latte bollente, leggermente salato. Anche in questo caso il latte veniva spesso annacquato. Assai simili sono i fregaröi che si preparavano innaffiando leggermente di acqua o latte la farina bianca che sfregandole tra le mani in modo che formi grumi che poi si cuociono nel latte o nel latticiello. Un altro piato ormai tipico è costituito dai gnoch biscoc: una minestra asciutta, preparata con pane raffermo grattuggiato, formaggio e latte. Si otteneva un impasto tenero, si poneva a cucchiaiate nell’acqua bollente: l’impasto si rapprendeva e formava gnocchi che dopo pochi minuti di cottura si sgocciolavano e si condivano con burro e formaggio. Sinonimo di festa erano anche due altri piatti, tipici di carnevale: le frittelle di frutta e le salta sö, ossia le chiacchiere. Le prime si mangiavano spesso con una fetta di polenta. Si preparavano le frittelle con uva isabela appassita, con fichi secchi o con mele.
Dello zucchero naturalmente si faceva un uso moderato: esso aveva preso il posto del miele. Nei paesi della collina edella montagna apicoltori – contadini producevano miele e cera. All’inizio dell’ottocento si contavano 78 alveari a Parre, 120 a Clusone, 47 a Schilpario, 120 ad Ardesio.  


IL PANE DI PATATE

Nelle alte valli dove si coltivavano le patate su superfici abbastanza estese, si produceva in casa un pane ricavato da un impasto di farina e frumento e una quantità di pasta di patate, ottenuta da tuberi lessati, privati della buccia e schiacciati. Il gusto recente di trovare nei sapori le radici contadine ha fatto si che in qualche fornaio sia riapparso recentemente "il pane di patate" venduto come una specialità. Nel quinquennio 1879-1883 a Clusone i 4 ettari di terreno coltivati a patate davano un raccolto medio annuo di 91.75 quintali per ettaro.

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